“Vicino a una grande foresta”: viaggio attraverso una Georgia infestata dai fantasmi della guerra civile

© In copertina: foto di Marita Kavelashvili su Unsplash

“Dov’è Eka?” L’avremo chiesto mille volte.
Nostra madre era rimasta per consentire a noi di fuggire.
Il fatto è che la guerra ha la meglio su quasi tutte le cose. Basta una raffica di proiettili di AK-47 sparati proprio nella tua via per annullare più o meno ogni altra preoccupazione. Di notte sentivamo gli spari e al mattino vedevamo l’ottone luccicare sul selciato, come se dal cielo fossero piovuti bossoli su tutta Tbilisi.


Leo Vardiashvili, “Vicino a una grande foresta”, dall’incipit a p. 9

Saba è poco più che un bambino quando, nel 1991, con il fratello Sandro e il padre Irakli, lascia la Georgia devastata dalla guerra civile per iniziare una nuova vita a Londra. Eka, la madre, non riesce a raggiungerli. Tormentato dal senso di colpa per non essere riuscito a farla espatriare, Irakli torna dopo vent’anni a Tbilisi, la capitale georgiana, e qui scompare. Sandro va a cercarlo, ma scompare anche lui. A Saba non resta quindi che tornare a sua volta in Georgia, proprio dove non avrebbe mai voluto tornare, per scoprire che fine hanno fatto il padre e il fratello.

Saba è la voce narrante di “Vicino a una grande foresta”, (Bompiani, 2024), romanzo d’esordio di Leo Vardiashvili, autore inglese di origini georgiane. In questo libro duro e toccante che è racconto storico, fiaba, viaggio e avventurosa odissea, dramma sia intimo che privato, Vardiashvili compone una narrazione avvincente che intreccia contemporaneità e passato della Georgia in un racconto in grado di travalicare tempo e confini.

Sul finire degli anni novanta, dopo il distacco dall’Unione Sovietica, la pace in Georgia dura solo fino all’esaurimento delle scorte alimentari sovietiche, dopodiché le fazioni in lotta per il controllo del paese scatenano una feroce guerra civile che insanguina il paese fino al 1993. Proprio questo è il drammatico preludio storico alla vicenda di Saba, delle persone a lui care e di tutti gli altri personaggi che intrecciano il suo cammino.

Di nuovo nel suo paese natale, Saba trova una Tbilisi allagata dalle inondazioni e invasa dagli animali fuggiti dallo zoo, una città che porta ancora tutte le ferite della guerra e in cui la gente del posto vive di espedienti tra paura e povertà, racimolando quel poco cibo che riesce a procurarsi. Una città in cui la gente può anche sparire da un giorno all’altro, per motivi oscuri, e in cui passaporti confiscati da forze dell’ordine corrotte spezzano famiglie e infrangono sogni.

Nelle sue ricerche, Saba è sostenuto da una pista di indizi tracciata da Sandro e dai propri ricordi, che affiorano respiro dopo respiro tagliando come schegge di vetro o abbagliando come verità smarrite. A guidarlo in una città che non riconosce più c’è Nodar, un tassista sfollato dall’Ossezia del Sud insieme alla moglie e ossessionato dalla figlia scomparsa. Ma deve stare attento: un ispettore della polizia gli sta alle calcagna e sembra avercela non solo con lui, ma con tutta la sua famiglia. Oltre che dalla polizia, Saba è inseguito dai fantasmi di chi non c’è più: la grande amica Nino, familiari e amici, uomini e donne che guerra, malattia o vecchiaia hanno strappato al mondo e che gli versano in testa moniti, consigli, parole di conforto o anche silenzi che parlano più delle stesse parole. Fantasmi che lo costringono a confrontarsi con le sue radici, con i segreti e i rimorsi che gli attanagliano il cuore.

E mentre la pista di Sandro si allunga, portandolo dritto da vecchie conoscenze e da sconcertanti rivelazioni, a Saba tocca rimettere assieme i cocci di un passato da cui credeva di essersi separato una volta approdato in Inghilterra. Gli indizi lo portano sempre più lontano, sempre più dentro il cuore dolente della Georgia, mentre capisce che tutte le strade che potrà mai intraprendere portano indietro, al nucleo di tenebra di una guerra che, in realtà, ancora non è finita.

Cosa si fa se qualcuno che si ama viene colpito al petto in una città in piena guerra civile? Le strade sono piene di uomini armati: le sicure disinserite, i palmi delle mani appiccicosi e i nervi a fior di pelle. Sono tesi e inclini ad agitarsi, e a sparare a qualunque cosa che potrebbe sparargli per prima. Non c’è nessuna ambulanza da chiamare, nemmeno il segnale di linea nel telefono: solo un silenzio gracchiante. E allora cosa si fa?


Leo Vardiashvili, “Vicino a una grande foresta”, p. 114

Ed è proprio la Georgia la vera protagonista di questo libro. Luogo sia concreto che simbolico, la Georgia, con le sue foreste intricate, i suoi villaggi distrutti e le sue maestose montagne sono il teatro di una guerra senza fine ai danni del popolo che la abita. Un popolo che, da tempo immemore osteggiato da soprusi, invasioni e conflitti, resiste per sopravvivere, ma soprattutto per vivere. Un popolo custode di una saggezza sofferta, che incarna una resistenza silenziosa, che cade e che si rialza in bilico tra speranza e rassegnazione, mai veramente in ginocchio nemmeno nella più cruda miseria, sostenuto da ciò che compone l’anima stessa della Georgia: la memoria di tutte quelle persone che la guerra o la vita hanno portato via, il più delle volte senza lasciare il tempo di un perdono o di un semplice addio.

Questo libro è capace di scatenare un vortice di sensazioni in chi legge: dolore, angoscia, partecipazione, speranza. A me, ha lasciato però soprattutto un gran senso di gratitudine verso il suo autore, per avermi fatto conoscere così da vicino, con una storia tanto coinvolgente, a tratti onirica e grottesca, le sofferenze di un paese di cui si è parlato e si parla poco, per avermi fatto respirare il vento affilato sulle montagne della Georgia, per avermi fatto sentire sulla pelle l’ombra delle sue foreste e, in special modo, il coraggio della sua gente.