
Non è vero che non possiamo far nostri drammi e vicende del passato perché non c’eravamo o perché eravamo troppo giovani o ignari per poterci rendere conto di quanto ci accadesse intorno. Non è l’esserci stati o l’aver potuto comprendere che conta, ma il volerci essere con l’anima e il voler comprendere.
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”, p. 205
Dalla quarta di copertina
Brescia, anni 50. Il giovane Francesco Fontana sta vivendo a pieno gli anni simbolo della rinascita di un Paese intero. Studia, convive con Laura, la sua fidanzata, e la sera esce con gli amici. È in una di queste occasioni che conosce Veridiana, una misteriosa ragazza che si ritrova ad accompagnare a casa e con la quale stringe un rapporto particolare. Fino a quando lei non scompare, lasciandogli soltanto il suo quaderno di memorie, grazie al quale Francesco scoprirà la sua storia di sopravvissuta alle foibe.
Ma non è la sola scoperta che il ragazzo farà, in quanto anche suo padre gli ha lasciato degli indizi che lo porteranno a ripercorrere la storia della sua famiglia, come della sua amata città.
Carta di identità
- Edikit editore
- Anno di nascita: 2022
- 236 pagine di intrecci fra storia e storie, rinascite, legami più forti del ferro
- ISBN: 9791280334718
- L’appendice contiene un bonus: il racconto “Fazzoletto Rosso e il lupo”, vincitore del premio letterario Settembre a Milano nel 2012
Dove trovarlo
- Il libro è disponibile su Amazon e su tutti i siti dei principali rivenditori di libri (IBS, Feltrinelli, ecc.).
- Qualunque libreria può ordinare il romanzo, ma ce ne sono due che meritano una menzione speciale per averlo già sugli scaffali e per aver fatto viaggiare le storie tra le sue pagine. Eccole qui:
- LaLibreria – Via Duomo 2, 25049 Iseo (BS)
- Libreria La Vantiniana – Piazza Cavour 27, 25038 Rovato (BS)
Estratti
Non avevo scelta. Dovevo cercare di salvare quanto restava della mia famiglia e, con esso, salvare anche me. Nell’atrio, mi fermai ancora qualche istante per gettare un’ultima occhiata alle stanze che mi avevano vista nascere e crescere. Il silenzio della mia anima intonò una preghiera che soltanto la casa poté udire.
Ricordate i nostri volti, specchi. Continuate a ticchettare, orologi, e aspettateci. Conserva le nostre impronte, legno bello, nelle curve dei mobili e nei dorsi rigidi delle sedie, nei cassetti aperti e richiusi, chiusi e riaperti. Scrivi i nostri nomi, polvere. Scrivili su un pezzo d’ombra, in un angolo che nessuno può stanare, così staranno al sicuro. Continuate a danzare anche senza di noi, pavimenti.
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”, p. 73
Mio padre Ennio Adami, che aveva combattuto in Abissinia come capitano della regia fanteria, era un possidente terriero di Visignano. Per breve tempo, aveva anche ricoperto l’ambita carica di sovrintendente alle casse rurali dell’Istria. Non sottoscrisse mai la tessera fascista, ma simpatizzava per alcuni aspetti ideologici del partito. Per me era unicamente mio padre e io ero unica-mente sua figlia. Non mi chiedevo di certo chi saremmo stati, lui e io, dinanzi agli infiniti tribunali della Storia, né come ne saremmo usciti. Nella Storia vedevo soltanto il lontano passato degli altri, degli avi e dei secoli sbiaditi, non la ferrea presenza che germinava nel mio presente, in vista del giorno in cui sarebbe stata abbastanza affamata e in forze per ingerirmi intera.
Dico tutto ciò per ricordarmi chi ero e per fermarlo sulla carta, per stare, ancora una volta e una volta di più, con chi amavo. Non cerco commiserazione, né cerco discolpe. Mi tengo ai miei scogli, perché la terra istriana, quando ha impastato il mio carattere, non ci ha messo nemmeno una scheggia di arrendevolezza, e non mi ha fatta per lasciarmi andare al mare. Credo si possano dire tante cose di me, ma l’unica vera la so io e nessun altro: ho pagato tutte le mie ingenuità, tutte le mie mancanze e tutte le mie inconsapevoli frivolezze, tutto il mio essere bambinetta spensierata e poi ragazzina inesperta negli anni del fascismo.
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”, pp. 43-44
«Perché amo Brescia?»
Francesco si appoggiò a sua volta al parapetto e rimase pensieroso per un attimo.
«Non so se posso risponderti» disse infine. «Credo sia un po’ come con le persone. Non esiste una vera e propria ragione per cui inizi ad amare qualcuno, o comunque non si tratta di qualcosa di razionale e spiegabile. Perlomeno, per me è così. Ho con la mia città una vera e propria relazione, e anche lei ne ha una con me. Per me Brescia è come una persona che mi ha visto nascere, che mi ha tenuto in braccio al pari di un mio familiare e che mi ha sempre guardato a vista, sorvegliando i miei passi e i miei respiri, pur lasciandomi libero ogni istante. Passo dopo passo e respiro dopo respiro, io ho imparato a scoprirla, nei suoi luoghi e nella sua gente, e conoscendola mi è stato impossibile non amarla.
«Non è come Milano o Venezia, né possiede la grazia ultra- terrena di Firenze o l’opulenza architettonica di Torino. Non ti impone la sua ricchezza artistica, la sua storia e la sua cultura. Non ti rapisce a prima vista, con un fascino magnetico di città dai bei palazzi o dalla splendente vita mondana. Se ne sta quasi in disparte, muta e in attesa, con la pazienza di una madre. Non reclama attenzioni e non ti inebria di colori inauditi, di bellezza sfacciata. Ma questo non vuol dire che non sia bellissima. Lo è, difatti, ma la sua è una bellezza che si svela un lineamento alla volta, sfumatura dopo sfumatura. C’è una storia infinita in ogni angolo di questa città, all’incrocio di ogni via, in ognuna delle sue tante chiese e in ogni pietra di questo castello, ma tutto questo non ci grida contro la sua antichità e il suo splendore: se ne resta calmo a guardarci, e ci guarda finché, calamitati dalla dolce insistenza di quegli occhi che sanno aspettare senza reclamare con la forza, non li guardiamo a nostra volta, chiedendoci allora perché mai non l’abbiamo fatto prima, perché mai non ci siamo accorti prima di esserne innamorati.
«L’essenza della mia città si svela nei resti romani di piazza del Foro, nel suo colle che un tempo ha ospitato una tribù celtica e nel suo castello, nel turchese verde-acqueo della cupola della cattedrale, nei suoi scorci incredibili, in tutte le sue piazze e fontane, nel ricordo delle Dieci Giornate e della resistenza, nelle tracce lasciate secoli orsono dai Longobardi, nelle persone che l’hanno abitata e che la abiteranno. Nel comprendere tutto ciò a poco a poco, io stesso mi sono sentito compreso per sempre.
«Sì, forse un motivo c’è, alle radici del mio amore per Brescia. L’esistenza, anno per anno, mi ha portato a scindermi in frammenti, ma la mia città è lo specchio nel quale mi sono visto ricomposto, nel quale ho potuto riflettermi senza paura, riconoscendomi per la prima e vera volta. Siamo uno specchio l’uno per l’altra, noi due, e io sento di appartenere alla sua storia sin dalle sue origini più remote, fino a oggi e nel pensiero di chi ci sarà. Il mio rapporto con lei è talmente profondo da farmi credere che, se un Giorno dovessi morire senza più nessuno ad amarmi su questa terra, almeno lei mi ricorderebbe. Per questo, non potrei mai scambiare la mia città con nessun’altra al mondo.»
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”, pp. 32-34
Quando me lo trovavo vicino, provavo immancabilmente una specie di vertigine interiore. Era una sensazione che mi prendeva anche in presenza di zio Flavio o di altri ex resistenti, ma di fronte a mio zio Daniele si accentuava in maniera incommensurabile.
Era come se, ogniqualvolta mio zio Daniele mi guardava, nei suoi occhi scuri si affacciassero tutti i compagni di battaglia che lui aveva perso, le morti a cui aveva dovuto assistere impotente e che gli si erano incancrenite nel petto, gli inverni di montagna ghiacciati e trascorsi a racimolare del cibo, la forza di andare avanti fra la nebbia e la neve per sopravvivere. Tutto questo passava negli occhi di mio zio come un lampo di lama di coltello, e senza fallo mi colpiva. Ma anche quando non mi guardava, c’era come una sorta di vento che soffiava da lui. Il respiro vivente della resistenza gli spirava intorno, gli rimaneva addosso, e da lui si trasmetteva agli altri. A me, dava sempre un brivido di orgoglio e di strazio che non ho parole per descrivere.
Ero seduto sulla sedia accanto a quella di lui e mi portavo la tazza di tè alle labbra, sbirciandolo con occhi affezionati di nipote. Anche lui sorbiva il tè a poco a poco, ma io non lo vedevo così come appariva in quell’istante, col suo volto ancora bello di trentasettenne. Lo vedevo com’era stato a ventidue e ventitré anni, al tavolo di una casupola di montagna, intento a scrutare le carte che gli servivano per organizzare gli spostamenti e le operazioni della squadra di cui era a capo. Il suo viso accarezzato da una barba leggera e incorniciato da capelli scuri, ribelli al pari suo, mi appariva immensamente giovane e profondamente vecchio, forte come uno spuntone di roccia e sperduto come un viandante nella tempesta. Avrei voluto poter viaggiare nel passato e chinarmi su quel ragazzo della resistenza come il sonno misericordioso si china sui pensieri umani, per dirgli: “Va’ a riposare. Anche oggi hai fatto tutto quanto potevi. E grazie di ciò che stai facendo, della tua giovinezza qui e ora in questo momento. Solo adesso, da adulto, io posso capire il prezzo che stai pagando in nome del tuo amore per le persone, per il paese, per la libertà”.
Questo è ciò che provavo in presenza di zio Daniele. Era qualcosa che mi spezzava il cuore e che mi faceva vivere.
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”, pp. 160-161
Quel che si dice di “La fedeltà dell’edera”
– Articolo di Elisabetta Nicoli sul Giornale di Brescia del 2 dicembre 2022 –
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– Recensione di Valerio Di Donato per Il Diario Online –
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Orfani di guerra e di pace nell’Italia della rinascita democratica
Primo scenario. ‘Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono la stessa cosa’ Io e mio padre eravamo così ed è con questa citazione letteraria dentro la carne che, a ogni respiro, faccio memoria di lui”, scrive nel suo diario Veridiana Adami, riprendendo un passaggio del romanzo “Cime tempestose” a lei caro. “Resta come sei, mentre sono via. Resta quella che amo”, la ragazza si sente rivolgere dal papà Ennio, come un inconsapevole addio, prima di vederlo “salire in auto e partire, presto inghiottito dalla lontananza”. In quel momento lei lo segue con lo sguardo “finché anche l’ultima nota brontolante del motore non si spense”. Padre e figlia non si rivedranno mai più. Siamo a Parenzo, Istria, anno 1943. Una settimana prima dell’8 settembre, la seconda Caporetto del Regno d’Italia, che nel volgere di una notte sconfessa l’alleanza con la Germania nazista per passare al campo anglo-americano, gettando nello scompiglio decine di migliaia di uomini in arme, lasciati senza ordini precisi in balia della rappresaglia tedesca. E, al confine orientale, consegna le popolazioni italiane alla vendetta slava.
Secondo scenario. “Il nome di mio padre era scolpito in ogni giuntura del mio essere, in ogni mio interstizio di pensiero, in ogni nervo della mia anima (…) La mancanza di mio padre, l’averlo perso per sempre, era la mia malattia cronica”, pensa con l’animo in tumulto Francesco Fontana, mentre si rigira cauto fra le mani, come una fragile pergamena trovata per caso, la lettera ingiallita che il papà, Renato, morto sul fronte greco nel 1941, gli ha fatto pervenire postuma nel giorno del suo ventiquattresimo compleanno. Siamo a Brescia, Lombardia, anno 1958.
Fra i due tasselli spazio-temporali, corrono quindici sofferti anni di dopoguerra in Italia e altrettanti di pace occhiuta e minacciosa in tutta Europa, chiamata “guerra fredda”. Fino al 1947, Parenzo e Brescia erano due città nutrite dalla stessa madrepatria. Mutati drasticamente gli assetti mondiali, la prima è costretta a cambiare bandiera e a integrarsi nella nuova Jugoslavia comunista, la seconda rinasce invece dalle ceneri del fascismo nella nuova Italia democratica e repubblicana. Cosa può unire due luoghi così lontani, in emisferi socio-politici agli antipodi, e due biografie tanto diverse come la storia di Veridiana e di Francesco? E’ un intreccio misterioso, sotterraneo e dolente, quello che una giovane scrittrice bresciana, Francesca Scotti, riesce a cucire in “La fedeltà dell’edera” (Edikit, Brescia, 2022, pagg.235, euro 16,00), romanzo avvincente e di ipnotica intensità, che sembra disegnare il ritratto postumo di un’intera generazione chiamata a ricostruire laddove quella precedente aveva distrutto. È ambientato in una Brescia che si sta lasciando alle spalle gli anni pesanti della ricostruzione per decollare sulle ali promettenti del boom economico. Ma potrebbe collocarsi in una qualunque realtà urbana della Penisola, in cui il vento dell’Est finì per sparpagliare – in quei quindici anni amari – migliaia di vite scampate alle persecuzioni del regime di Tito. Foibe, la morte nel terrore. Esodo, la fuga dal terrore.
Nell’anno di Brescia capitale della cultura, in binomio con la cugina Bergamo, questo libro ci consegna non solo il profilo di una città finalmente liberata dal volto – e sciolta dal voto – di “ferriera d’Italia”, tutta dedita solo a lavoro e affari, ma una pagina di letteratura universale, che nella patria del tondino trova linfa, stimoli e riferimenti precisi. Questa è, infatti, anche la città dall’animo solidale, di matrice mista laica e cattolica, una vera Leonessa del sentimento nazionale, che in pochi mesi, fra il 1946 e 1947, seppe mettere in piedi, a dispetto del contesto di generale miseria post-bellica, un grande campo profughi per gli italiani scappati dai borghi istriani, fiumani e dalmati jugoslavizzati con la forza (per la cronaca, altri quattro ricoveri sorsero fra lago di Garda e Ovest bresciano).Ma non si tratta solo di questo. Di dimostrare che, anche laddove il lavoro è un credo molto concreto – quasi calvinista- del “fare”, ferve una vita culturale intensa e si ha a cuore la memoria del proprio passato. Francesca Scotti osa di più. Entra nel ruolo più difficile per uno scrittore: saper scendere nei recessi meno visibili, o che altri non vedono, esplorarli minuziosamente riportare in superficie, con un linguaggio evocativo e immaginifico da intarsiatrice di emozioni e di sentimenti, i tormenti dell’anima che affliggono – spesso per tutta la vita – i sopravvissuti a una tragedia. Riesce a dare voce, con spontaneo afflato poetico, agli orfani di infanzie felici, espropriati senza preavviso di fondamentali figure di riferimento, condannati dal tribunale della Storia a trascinarsi come brandelli di famiglie spezzate, disperse per mondi ignoti. Li fa crescere in fretta, rafforzati come sono dall’esperienza del dolore, insegnando loro ad amare, sperare, costruire un futuro migliore per la loro progenie. Ed è proprio questo a fare di un racconto un’opera letteraria, in grado di parlare in tutte le lingue a chiunque, e ovunque, sappia ascoltare e voglia leggere la realtà oltre le consuetudini o i luoghi comuni.
Gli occhi profondi di Veridiana e Francesco celano l’impronta lasciata nel profondo del loro essere da due padri generosi e forti, che la crudeltà della guerra – o di uomini incattiviti dalla guerra – ha strappato troppo presto ai loro figli. Figli destinati a crescere con il macigno insopportabile della loro assenza. Orfani, per l’appunto, che si trovano a incrociare le loro vite perché così ha voluto il capriccio del Caso, o l’inesorabile attrazione che scatta fra naufraghi di differenti ma assimilabili sventure.
“La fedeltà dell’edera” è anche un convincente romanzo storico, in cui l’autrice si addentra con sguardo rigoroso e obiettivo, sempre sorretta da un incrollabile spirito antifascista, in tutti gli anfratti che il secolo breve ha scavato nell’Italia precipitata dall’esaltazione imperialistica alla disillusione per una guerra insensata e perduta. Il personaggio inventato di Veridiana Adami ricalca in buona parte la figura reale dell’esule istriana Mafalda Codan. Richiama l’odissea allucinante, costellata di violenze inaudite e lutti dolorosi (sette famigliari massacrati nelle foibe, tra cui il padre, la sorella e il fratello) che questa donna eccezionale ha consegnato alla memoria collettiva in un celebre diario scritto negli anni della sua prigionia. Mafalda, fuggita dall’Istria con la madre e il fratello dopo gli eccidi del settembre 1943, venne arrestata nel maggio 1945 a Trieste dai partigiani titini, e poté riacquistare la libertà solo nel 1949, dopo uno scambio di prigionieri fra Italia e Jugoslavia. Si stabilì quindi a Bibione, dove fece a lungola maestra elementare, mise su famiglia e si spense infine nel 2013.
Anche Veridiana è un’insegnante, che un rivolo dell’esodo porta a Brescia. L’incontro, una sera di giugno del 1958, con Francesco, che della tragedia del confine orientale non sa nulla ma ama alla follia l’attrice istriana Alida Valli, segna l’inizio di un lungo viaggio ideale. Innanzitutto nella memoria. La memoria sfregiata di Veridiana, che prima di eclissarsi misteriosamente fa pervenire al giovane amico bresciano il proprio diario. E la memoria sofferente di Francesco, riaccesa dalla lettera postuma del padre e illuminata dalla storia sconvolgente della misteriosa amica istriana, sopravvissuta alla rovina come l’edera che cingeva la casa di Parenzo, “tutta la mia gioia e speranza, la mia musa e luna in terra, sin da quando ero bambina”. Se, come e quando questi orfani al tempo stesso di guerra e di pace (pace con sé stessi) si ritroveranno, è la domanda che insegue senza tregua il lettore.
– Articolo di Costanzo Gatta sul Corriere della Sera di Brescia
dell’11 dicembre 2022 –
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– Recensione di Katiuscia Rigogliosi per Brescia si legge –
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La saga della famiglia Fontana si incrocia con le foibe e con l’esodo istriano, nel nuovo struggente romanzo della bresciana Francesca Scotti
«Perché proprio l’edera?»
«Nel linguaggio delle piante e dei fiori, simboleggia, fra le altre cose, la fedeltà.»
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”
Francesca Scotti, la giovane autrice franciacortina nota al pubblico per “Vento porpora” (menzione speciale alla MicroEditoria di Qualità 2021) e Figli della lupa”, torna nelle nostre librerie con un altro toccante capitolo della saga che racconta la storia della famiglia bresciana dei Fontana.
“La fedeltà dell’Edera”, edito anche questa volta da Edikit (2022), racconta un frammento di vita del giovane Francesco Fontana, già comparso da bambino in “Figli della lupa” quale secondogenito di Renato Fontana e Manuela. Siamo alla fine degli anni cinquanta, in una Brescia in via di rinnovamento e che, mentre vuole lasciarsi alle spalle i terrori della seconda guerra mondiale, volge il proprio sguardo al futuro, all’innovazione, ai nuovi commerci e ai giovani che muovono i loro passi sui ciottoli del centro storico.
Francesco lavora, convive con Laura e la sera esce con gli amici, quasi sempre frequentando i cinema che negli anni cinquanta sono presenti in gran numero in tutta Brescia. È proprio durante una delle sue uscite serali che incontra Veridiana, una ragazza introversa e misteriosa con la quale arriva a stringere un rapporto particolare. A un certo punto, però, Veridiana scompare nel nulla, facendogli trovare un quaderno di memorie nel quale ha riportato la sua storia di sopravvissuta alle foibe.
Per Francesco, questa non sarà l’unica scoperta. Il giorno del suo ventiquattresimo compleanno, infatti, riceverà un messaggio di auguri totalmente inaspettato e che si rivelerà il primo di una serie di avvenimenti destinati a cambiare la sua esistenza. Sarà qualcosa, questo, che lo costringerà a confrontarsi con il passato suo e della sua famiglia, così come con le sue ferite mai rimarginate, allo stesso modo in cui la sua città e l’Italia intera devono ancora fare i conti con l’amara eredità della guerra.
Le foibe e l’esodo istriano nel racconto di una sopravvissuta
Lo guardai salire in auto e partire, presto inghiottito dalla lontananza. Restai di fuori finché anche l’ultima nota brontolante del motore non si spense, e poi tornai a casa. Meno di una settimana dopo, fu l’8 settembre. E ogni cosa, con precisa brutalità, iniziò a impazzire.
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”
Come sappiamo bene anche noi oggi – basti pensare ai vari conflitti attualmente in corso -, le guerre non sempre finiscono, non sempre abbandonano definitivamente il nostro mondo. Se l’Italia, dopo il fascismo e l’occupazione nazista, si credeva salva da nuove battaglie e indenne a nuove sofferenze, gli italiani dei Balcani non se la passavano invece per niente bene.
Attraverso il quaderno lasciato a Francesco, Veridiana, indiscussa coprotagonista del romanzo, ci racconta senza filtri né vittimismi la sua tragica esperienza di sopravvissuta alle foibe e di esule istriana, rievocando il dramma che a partire dall’8 settembre 1943 ha travolto tutta la sua famiglia e che, infine, l’ha portata a espatriare in Italia, a Brescia.
Basandosi in gran parte sulla vera storia dell’esule Mafalda Codan e per il resto attingendo a tante altre testimonianze di infoibati e di sopravvissuti, l’autrice ci guida dentro una storia cupa e angosciante, ma a tratti anche tenera e delicata. Una storia fatta di legami spezzati, di sequestri, di fughe, di morte, di terrore e di prigionia, ma anche di tenacia e di coraggio, che ha il merito di raccontare il punto di vista delle vittime civili di ogni conflitto e in particolare di quelle donne, quei bambini, quegli adulti la cui unica colpa fu, spesso, solo quella di essere italiani in terra balcanica.
Perché nelle terre del cosiddetto confine orientale, un mondo complesso e multiculturale in cui il fascismo ha portato ingiustizia, violenza e dolore, esasperando odi incrociati, bastò poco per arrivare, sin dal settembre del 1943, agli scoppi di violenza contro la popolazione italiana dell’Istria, di tutta la Venezia Giulia e della Dalmazia.
Così è accaduto che donne, bambini e semplici civili fossero sequestrati e gettati, vivi e incatenati con fil di ferro, legati in fila indiana, in fosse nel terreno profonde metri.
Inghiottitoi oppure foibe, è così che si usa chiamare le voragini naturali sparse in Istria e in tutti i territori carsici. Fra i due termini, il primo è quello che meglio riesce a restituirmi il senso di strangolamento provato nel luogo in cui mi hanno condotta quel giorno.
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”
È proprio questa immane tragedia di civili che si respira nel racconto di Veridiana. Un racconto che dischiude tutta la sofferenza che la protagonista femminile si porterà dietro per tutta la vita, nel suo animo di fantasma che cammina, nei suoi occhi di sopravvissuta.
E l’autrice Francesca Scotti è bravissima a far trasparire tutto il dolore, tutta la rabbia, tutte le lacrime che questa giovane donna provava, che questa giovane donna portava dentro di sé.
Al contempo, non vengono taciuti i soprusi del fascismo contro le minoranze slave nell’Istria italiana, così come anche la brutalità dell’invasione italo-tedesca della Jugoslavia e i conseguenti orrori contro gli slavi impegnati a cercare di liberare le proprie terre. Nel corso della sua odissea istriana, difatti, Veridiana non si imbatte soltanto in ex combattenti e coloni in cerca di vendetta, ma incontra anche uomini e donne slavi che, pur avendo patito la guerra o essendosi battuti per la libertà, comprendono la sua tragedia e la aiutano in svariati modi, portandola inoltre a conoscere anche la loro storia, il loro punto di vista nel quadro del confine orientale sconvolto dall’incursione del fascismo e dalla seconda guerra mondiale.
Potersi sentire a casa, attraversando diversi tipi di esilio
I nostri protagonisti, Francesco e Veridiana, riusciranno però a superare le privazioni, le sofferenze e le paure sperimentati per vie diverse da ciascuno dei due. Riusciranno a rappacificarsi con il proprio passato, a ritrovare se stessi e a scoprire che dalle ceneri di una guerra può nascere un fiore, un fiore bellissimo fatto di vita e di amore.
Riscopriranno che chi è stato su questa terra prima di noi non ha combattuto invano, e che se anche è stato mandato al fronte con un vecchio fucile e vestito di stracci, ciò che gli dava la forza per combattere e reagire ai soprusi era l’amore: amore per la famiglia, per i propri cari, per la propria terra, per la propria città.
Ma io vivevo delle pietre con cui erano lastricate le stradine che portavano a un castello che tanto amavo, luogo di passate memorie e di passati dolori. Vivevo del suono dell’acqua nelle tante fontane, dei campanili di chiese intrappolate fra le case come briciole di pane in una mano, dei resti romani eternamente ben fatti nella propria consunzione, dei cieli nebbiosi e dell’umidità che sapeva di marmo, di presepi, di notti ventose e di dolci inverni. Era la mia città piccola e dal sapore provinciale, la mia Brescia che non temeva di risultare sconfitta in concorsi di grandezza, che sapeva aspettare e starsene muta.
Francesca Scotti, “La fedeltà dell’edera”
Una giovane bresciana innamorata della letteratura e della grande storia
Francesca Scotti, bresciana classe 1991, laureata in lingua e letteratura inglese e tedesca, ha una passione smodata per la storia, e torna ampiamente a confermarcelo anche in questo romanzo.
Come nei suoi romanzi precedenti, la ricerca storica e la dedizione, per non parlare dell’umanità con cui si affaccia ad affrontare certe tematiche, è superlativa.
Inoltre, al termine del romanzo, l’autrice ci regala anche la lettura del suo racconto “Fazzoletto rosso e il lupo”, dedicato alla resistenza e con cui ha vinto il premio internazionale “Settembre a Milano” nel 2012.
Se esiste una risposta al dolore di cui sono impregnate le nostre vite, l’ha seppellita la neve insieme al lupo, quel lontano inverno di guerra.
Francesca Scotti, “Fazzoletto Rosso e il lupo” (racconto incluso in appendice a “La fedeltà dell’edera”)

