In memoria di Giacomo Perlasca: a 81 anni dalla liberazione dal nazifascismo

Sentiero della Resistenza Giacomo Perlasca

© In copertina: Segnaletica lungo un tratto del sentiero della Resistenza intitolato a Giacomo Perlasca, che si snoda in Valtrompia e in Valsabbia (Brescia) – foto di Francesca Scotti

In ottobre giunge in valle il capitano Zenith. Calmo e sorridente si mette immediatamente all’opera per risolvere problemi appena impostati […]. Con l’arrivo di Zenith incomincia un nuovo periodo di attività più intensa. È un esempio che trascina. Poche ore di sonno gli sono sufficienti. Scappare a Brescia di giorno, operazioni in montagna di notte.


Giacomo Perlasca in un ricordo di Severino Liberini. Tratto da “Fiamme Verdi in Valsabbia (8 settembre 1943 – 24 febbraio 1944)” di Rolando Anni, in Supplemento del Giornale di Brescia, n. 78, Editoriale Bresciana S.p.A., 16 aprile 1985, p. 21

Oggi, 25 aprile 2026, nell’81° anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista, desidero ricordare nel mio blog un partigiano bresciano tutto d’un pezzo, le cui azioni e il cui sacrificio per la Resistenza non possono lasciare indifferenti: Giacomo Perlasca.

Giacomo Perlasca (1919-1944)
Giacomo Perlasca
(1919-1944)

Nato il 19 dicembre 1919 a Brescia, Perlasca studia al collegio Arici, nel pieno centro storico, per poi iscriversi come studente di ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Milano. Nel 1941, si arruola volontario nel corpo degli Alpini, in cui raggiunge il grado di sottotenente d’artiglieria. Dopo l’8 settembre 1943, in seguito alla firma dell’armistizio di Cassibile, dalla caserma di Roma in cui si trova di stanza, sfugge alla prigionia per mano dei nazisti e riesce a tornare a Brescia. Qui, lascia la città per rifugiarsi in montagna, dove ha successo nell’arduo intento di coordinare i primi sparuti gruppi di resistenti affluiti in Valtrompia.

Le bande di ribelli sono costituite da giovani che intendono sfuggire alla chiamata alle armi della Repubblica sociale italiana, da membri della popolazione locale spinti da ideali antifascisti, da ex prigionieri di guerra evasi dalle carceri e in attesa di essere condotti oltre il confine per riparare in Svizzera. La situazione è descritta alla perfezione nel libro “Brigata Perlasca”, pubblicato dopo la guerra dal partigiano Emilio Arduno:

Tornate ad immaginare due o tre casine, lontane una, due ore fra di loro, prive di qualsiasi collegamento sia reciproco, sia col fondovalle. In ognuna di queste casine immaginate otto, nove, dieci uomini che neppure si conoscono, il cui armamento complessivo è rappresentato da un mitra senza colpi, da due moschetti arrugginiti, da una pistola a tamburo […]. La preoccupazione fondamentale di questi individui è di trovare il modo di spegnere la fame villana che disturba noiosamente i loro intestini […]. Senza guardia, senza binocoli, senza notizie, senza munizioni…


Emilio Arduino, “Brigata Perlasca”, pp. 32-33

Con l’aiuto degli antifascisti Mario Bettinzoli e André Petitpierre, Perlasca raggruppa e tiene uniti gli uomini accorsi in montagna, proponendosi come un integerrimo modello da seguire. Assume il nome di battaglia di Zenith, ma tutti lo chiamano capitano Zenith, riconoscendo nella sua persona una guida solida e sicura, una figura carismatica e un resistente incorruttibile e onesto. Perlasca non si risparmia e si cimenta così in una continua ed estenuante spola fra i monti e la città, con cui recupera armi, munizioni e quant’altro di necessario alla lotta e alla sussistenza delle bande.

È proprio durante uno di questi numerosi spostamenti che, il 18 gennaio 1944, viene arrestato dalla polizia fascista, probabilmente a causa di delazioni. Interrogato e torturato, non si lascia sfuggire una parola su quei ragazzi e giovani uomini che ha sostenuto, confortato e spronato a resistere e a combattere. Il 24 febbraio, è fucilato insieme al compagno Bettinzoli. Di seguito, una versione pressoché integrale della sua lettera d’addio, scritta per la madre il giorno prima dell’esecuzione.

Carissima mamma,

ormai credo che non mi resti più molto tempo: checché si dica e si faccia sono conscio della mia sorte. Fatti animo, coraggio e supera la crisi. Per quanto riguarda me non ti affliggere: ho fede, sono rassegnato e la misericordia di Dio è tale che certo mi salverà. In cielo ho già un forte sostenitore della mia causa: Papà non mi ha mai abbandonato ed ora più che mai mi è vicino. Il mio spirito è pronto. Anche alle sorelle mi rivolgo colle stesse espressioni di affetto; […] A Gigi una raccomandazione particolare, perché è attualmente l’unico maschio a casa: a lui l’onore della protezione della famiglia: sia sempre buono e bravo come è stato e si ricordi dell’esempio di Papà. Amate tutti la mamma e tenetevela molto cara, riparate le sofferenze che io involontariamente le ho date. Pensate che non finisco di vivere: ma inizierò un’altra vita senza termine e che da là noi rimarremo sempre in comunicazione tramite la preghiera, e che poi tutti ci riuniremo. […] Mi raccomando a tutte le vostre preghiere perché possa raggiungere presto la meta. Lascio la mia adorata [fidanzata] Mimy con un dolore certo per lei incancellabile: abbiatene sempre cura perché mi ha amato con tutto il cuore e tutto l’affetto che una donna può dare. […] Domando perdono a tutti coloro che posso aver offeso volontariamente o involontariamente. Non ho nessuno da perdonare perché sono sempre stato in armonia con tutti. Bacio ed abbraccio tutti uno ad uno e vi benedico. Mamma: quando avrai la triste notizia benedicimi e prega per me sempre. […] Saluto tutti, parenti, amici, conoscenti senza eccezioni e mi raccomando alle preghiere dei buoni. Di nuovo un abbraccio affettuosissimo. Giacomo Saluti a Maria e a Don Piero.
P.S. Mamma fai scegliere alla mia Mimy qualcosa di mio che mi ricordi per sempre e tienila per figlia al posto mio.


Dall’ultima lettera di Giacomo Perlasca (1919-1944).. Testo contenuto in “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945)”, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, pp. 246-247

Alla morte di Perlasca, gran parte dei gruppi resistenziali tra Valtrompia e Valsabbia si disperde. Ma il movimento di Resistenza, seppur provato, non muore. L’esempio di Perlasca e di Bettinzoli, bagnato nel sangue, porta a maturazione i suoi frutti preziosi nell’estate del 1944.

Ad agosto, al cospetto della Corna Blacca, il colosso di roccia cruda che separa Valtrompia e Valsabbia, il resistente Ennio (Toni) Doregatti riunisce i capigruppo delle cellule resistenziali sparse nelle due valli. Doregatti definisce questioni materiali e logistiche necessarie al futuro della Resistenza nella zona, invita a un giuramento, assegna una sigla a ciascun gruppo e dichiara ufficialmente costituita la brigata Giacomo Perlasca, divisione della brigata Tito Speri delle Fiamme Verdi bresciane.

I componenti della brigata Giacomo Perlasca continuano a lottare per la libertà fino alla fine della guerra. Tanti di loro, proprio come il capitano Zenith, vengono assassinati e non hanno quindi modo di godere della libertà per cui non hanno esitato a donare forze, giovinezza, coraggio e vita stessa. A ciascuno di loro, ucciso o sopravvissuto, dobbiamo la nostra Costituzione e la nostra democrazia. Ne consegue che abbiamo anche l’impegno a difendere Costituzione e democrazia ogni istante e ogni giorno, ognuno nella propria comunità e secondo le proprie forze, assumendoci il dovere di far udire la nostra voce ovunque si verifichi un’ingiustizia, una sopraffazione, il seppur minimo accenno di razzismo e di totalitarismo.

Che l’esempio di Giacomo Perlasca e di chi come lui ha combattuto per la liberazione del proprio paese ci guidi e ci aiuti ad avere la forza di preservare pace, giustizia e diritti civili ogniqualvolta ciò sia necessario.