
Anche la musica è azzurra, è così che la percepisco se mi immergo nell’ascolto di un qualsiasi brano o motivo. È il colore del blues, del dolore, della rinascita, della mente, del rock più spontaneo e di quello impegnato, del rock più potente e di quello malinconico, delle cose che non muoiono. È il colore dei miei e dei suoi settanta.
Francesca Scotti, “Come musica azzurra”, p. 233
Dalla quarta di copertina
Brescia, 1974. Lara ha 18 anni e una vita imposta dai propri genitori, ai quali è legata da un rapporto fortemente conflittuale. È per protesta verso di loro, così come verso i numerosi attentati di matrice fascista che si stanno verificando nella sua città, che si trova il 28 maggio 1974 in piazza Loggia, per partecipare proprio a quella manifestazione antifascista segnata dall’esplosione di una bomba che miete 8 vittime e più di 100 feriti. Il drammatico evento segna per sempre anche Lara, regalandole però al contempo la conoscenza di un affetto grande e puro.
Quando poi un suo lontano parente, Vittorio, verrà a cercarla per conoscere quel che rimane di un altro ramo della sua famiglia, la vita di Lara subirà una nuova svolta inaspettata, verso nuovi incontri e nuove scelte, nuove prese di posizione. Una svolta che la immergerà ancor di più nella tormentata scena politico-sociale della sua città negli anni di piombo.
Carta di identità
- Edikit editore
- Anno di nascita: 2024 (a 50 anni dalla strage di piazza Loggia a Brescia)
- 240 pagine di atmosfere bresciane anni 70, musica rock, giovani personaggi disposti a cambiare le cose
- ISBN: 9791281623248
Dove trovarlo
- Il libro è disponibile su Amazon e su tutti i siti dei principali rivenditori di libri (IBS, Feltrinelli, ecc.).
- Qualunque libreria può ordinare il romanzo, ma ce ne sono due che meritano una menzione speciale per averlo già sugli scaffali e per aver fatto viaggiare le storie tra le sue pagine. Eccole qui:
- LaLibreria – Via Duomo 2, 25049 Iseo (BS)
- Libreria La Vantiniana – Piazza Cavour 27, 25038 Rovato (BS)
Estratti
«A Milano…» continuò Castrezzati. E lì, tutto finì. Milano, una parola che conteneva un viluppo d’anime e di strade, ariosa come ampi viali, spigolosa come guglie di duomo. Una parola che rimava, con dolore mai sopito, con piazza Fontana, con la madre delle stragi nere. Fu su quella parola, e su nessun’altra, che la voce di Castrezzati, così salda e rassicurante, si ruppe e morì, recisa come una gola tagliata. Fu su quella che, alle dieci e dodici minuti di martedì 28 maggio 1974, si sprigionò l’esplosione. Non durò che un attimo, ma ognuno di noi che eravamo presenti sarebbe andato avanti a sentirla all’infinito, come in un’orrida caverna infestata di echi. La piazza ne sembrò spaccata, insieme a tutta la città, e così anche il cielo, l’aria e la pioggia. All’unisono con l’esplosione, un’ombra che non potei identificare sorvolò la folla e vi atterrò in mezzo. A partire da quel fotogramma, le immagini del passato si maciullano nella mia testa, come a loro volta colpite dalla violenza del ricordo. Volerle ricomporre è provare a ricucire carne strappata senza avere abbastanza pelle per praticare la sutura. Nonostante ciò, non smetterò mai di farlo.
Il boato dell’esplosione mi squassò dai capelli alle punte dei piedi. Le mie ossa tremarono fino al midollo, ma non urlai. Avrei voluto, ma non potei. Il suono innaturale e disumano appena udito aveva tappato la bocca a qualsiasi altro suono potesse formarsi in me. Dalla folla dentro cui ero intessuta, si levò invece un grido di corale terrore, lacerato e lacerante, che mi trafisse il cuore tanto quanto l’esplosione stessa.
«La bomba…» mormorò al microfono la voce di Castrezzati, stordita e incredula, ridotta in poltiglia. Non poteva crederci nemmeno lui. Una bomba in piazza Loggia a Brescia, nel pieno di una manifestazione dichiaratamente antifascista. Ma c’era il fumo, c’era tutto quel fumo bianco che in un nanosecondo, a tempo con l’esplosione, si era levato dall’arcata sotto la torre dell’Orologio. Una nuvola in terra che inghiottiva le persone, una mano esangue che si attorcigliava verso l’alto, una nebbia densa che non si sarebbe tagliata neppure con cento coltelli e che cancellava un tratto di piazza, che ingoiava una parte di gente.
Tutt’intorno, era il delirio. Accenni di pianto, grida soffocate, parole smozzicate, squartate. E pure bocche che, al pari della mia, si aprivano scioccate senza emettere alcunché. Le persone vicine alla torre dell’Orologio tentavano di allontanarsi dal fumo. La folla era scossa da brividi simili a scariche elettriche. Gli agenti delle forze dell’ordine sfrecciavano in tutte le direzioni, nell’angoscia di marmo che incatenava quegli attimi senza scampo. Castrezzati cercò di placare il panico come poteva, tornando a farsi udire al microfono.
«Compagni e amici, state fermi, state calmi! State all’interno della piazza!»
Io mi sentivo come se mi fossi improvvisamente ritrovata in alto mare senza saper nuotare. Mi pareva di annegare, mentre le persone a me vicine si spostavano, si ricompattavano, tornavano a spostarsi e a sfiorarmi da ogni lato. Per un attimo le sentii tremendamente lontane da me, com’erano state prima della manifestazione, niente più che degli sconosciuti. Per un attimo, fui totalmente e perdutamente sola, preda dell’intontimento e della paura.
Francesca Scotti, “Come musica azzurra”, pp. 50-52
Mio padre ha sempre vissuto la sua vita dopo la Guerra sforzandosi di renderla una prosecuzione della Resistenza. Diceva spesso che, una volta fatta la Repubblica, si doveva rendere Repubblica ogni persona, partendo da noi stessi e portando i principi della democrazia in ogni cittadino. La prima stagione della Repubblica è stata proprio la Resistenza, fra l’autunno del ’44 e l’aprile del ’45. Era sparsa tra i monti, fra cascine e mulattiere, organizzata in gruppi e brigate, braccata e nascosta, malarmata e affamata, divisa al proprio interno da diversità di vedute, ma accomunata dalla stessa lotta. Nonostante i differenti ideali delle varie formazioni, comunque, la Resistenza è stata al contempo un’unificazione di tutti i dissensi, di tutti gli antifascismi. La stagione più dura e crudele, ma anche la più bella. Poi, sono tornati il gioco dei partiti e il carosello delle medaglie, come li chiamava mio padre, con le onorificenze agli ex combattenti, come se bastasse ricoprire di titoli la Resistenza e catalogarla nelle teche dei musei. I musei sono essenziali, intendiamoci, ma la Resistenza è ancora tutta intorno a noi, nelle persone che l’hanno combattuta, così come in quelle che, pur non avendola vissuta, intendono conoscerla il meglio possibile e portarsela nel cuore, facendola vivere nel proprio quotidiano, nella messa in pratica degli ideali democratici, nell’incontro con gli altri, nel contribuire alla vita della propria comunità. […]»
Così parlava Claudio. Ogni volta che lo faceva, in viso gli si accendeva sempre una luce calma. Una luminosità interiore in cui ardevano idee continuamente messe alla prova da una ragione limpida ed elastica.
Francesca Scotti, “Come musica azzurra”, pp. 81-82
«Quanto dolore, nella vita delle persone. Il dolore della vita degli altri lo vediamo veramente solo se andiamo a scavare nelle loro vicende, se ci mettiamo in cammino sui loro sentieri, che non sono i nostri, che pensiamo non abbiano a che fare con noi. C’entrano eccome, invece. C’entriamo tutti gli uni con gli altri. Perché quel che accade a una persona, è come se accadesse anche al resto del mondo. E tutti vogliamo la stessa cosa: poter dire di essere felici, capire cos’è la felicità e far sì che viva.»
Vittorio annuì piano. «Siamo felici nonostante quello che accade» disse. «Voler vivere trovando un senso alle cose e un motive per essere comunque felici significa essere sempre sottovento. Resistiamo, al mondo e alla Storia. Ecco cosa facciamo ogni giorno.»
Francesca Scotti, “Come musica azzurra”, pp. 106-107
Quel che si dice di “Come musica azzurra”
– Intervista diretta da Rachele Anna Manzaro di Brescia si legge
su Èlivebrescia TV per la rubrica “Brescia tra le righe” –

– Recensione di Katiuscia Rigogliosi per Brescia si legge –
Clicca qui per leggere l’articolo su www.bresciasilegge.it.
“Come musica azzurra”: la Brescia degli anni di piombo per concludere la saga della famiglia frutto della penna di Francesca Scotti
Erano soltanto parole, le parole? […] Le parole sono sempre pietre o pugni, graffi o carezze, mani protese o cappi al collo, erba su cui camminare tranquillamente oppure bombe appena innescate. Lo sono sempre state e sempre continueranno ad esserlo.
Francesca Scotti, Come musica azzurra, p. 37
Siamo giunti, purtroppo, alla fine: “Come musica azzurra” (Edikit, 2024), quarta opera dell’autrice bresciana classe 1991 Francesca Scotti, è infatti il capitolo finale della saga, composta da quattro libri collegati tra loro ma autoconclusivi (cioè leggibili singolarmente), che racconta attraverso quasi un secolo di storia le vicissitudini di una famiglia bresciana verosimile, quella dei Fontana.
Iniziata con “Figli della lupa”, l’imponente romanzo storico d’esordio che copre un arco di tempo che va dall’avvento del fascismo al secondo dopoguerra, e proseguita con “Vento porpora” (una sorta di prequel che racconta l’inizio della saga familiare, dalla fine dell’Ottocento al 1931) e “La fedeltà dell’edera” (che unisce la Brescia degli anni Cinquanta al dramma delle foibe e dell’esodo istriano), la saga della Famiglia Fontana giunge a compimento affrontando con la consueta maestria il periodo storico caratterizzato dalla Strage di Piazza della Loggia.
Come nei capitoli precedenti, anche in questo suo ultimo lavoro Francesca Scotti riesce infatti non solo ad essere precisa nel raccontare fatti e particolari di avvenimenti, ma riesce anche a farli rivivere attraverso gli occhi dei testimoni. Trasmettendo l’angoscia e la paura, ma anche la rabbia e la sete di giustizia, l’autrice rende attualissimi eventi, movimenti e visioni del mondo passate, riuscendo in poco più di 200 pagine a narrare un ventennio di storia senza annoiare il lettore e tenendo alta l’attenzione anche in momenti in cui la mente direbbe so già cosa è accaduto. Il tutto accompagnato in maniera magistrale dalla migliore musica rock di quegli anni: ogni capitolo comincia infatti con una piccola citazione di una canzone tratta dall’album “Strange days” dei The Doors – gruppo amato da una delle protagoniste del romanzo.
Amicizie, musica e resistenze in una Brescia segnata dal terrorismo politico
Io dalla mia città non avrei mai potuto andarmene per troppo tempo. Per mia scelta, ma comunque non avrei potuto. Finché fosse esistita piazza Loggia, la mia bella piazza che un 28 maggio si era tinta di sangue e che aveva una colonna sbrecciata da una bomba a eterna memoria, io sarei dovuta rimanere. Una piazza non se ne va a meno che non la si rada al suolo. E la memoria di quanto vi è accaduto non può comunque essere cancellata. Io mi sentivo piazza Loggia e fino alla fine sarei rimasta.
Francesca Scotti, Come musica azzurra, p. 93
Mina e Lara sono due sorelle che più diverse non potrebbero essere. Sin da piccole erano, agli occhi dei loro genitori, il giorno e la notte: studiosa una e imprevedibile l’altra, metodica la prima e artista la seconda, conformista e integrata la minore e rivoluzionaria la primogenita.
Fanno parte del ramo della famiglia Fontana che si è allontanata dalla Valle Camonica, abitando in città e legandosi al territorio urbano, lontana dalle storie di Resistenza e guerra che hanno accompagnato il lettore nei precedenti capitoli della saga letteraria. La loro crescita, al contrario di come si potrebbe pensare, non sarà però così semplice e facilitata dalla vita cittadina: infatti le due ragazze, Lara in particolar modo, saranno coinvolte e fagocitate in uno dei periodi più neri e bui della storia italiana.
È il 19 maggio 1974 quando Silvio Ferrari, giovane estremista, muore in Piazza Mercato a causa di un timer settato male posto sulla bomba che trasportava sulla sua Vespa.
Verrà poi il 28 maggio, quel 28 maggio, quando nove persone periranno in quella che verrà da allora definita strage di Stato in Piazza Loggia. Un evento tutt’altro che isolato, che sarà seguito dall’esplosione di un ordigno in Piazzale Arnaldo nel dicembre del 1976, dal rapimento e la morte di Aldo Moro nella primavera del 1978, dall’azione delle Brigate Rosse e insomma dagli anni di Piombo che si concluderanno negli anni ‘80.
Mina e Lara non saranno mai così lontane: innamorata di un militante fascista la prima, appassionata socialista la seconda. Una a ricercare l’uomo perfetto in una vita fatta di menzogne, l’altra a scendere in piazza per aiutare le donne a rivendicare i loro diritti. Sino al giorno in cui un giovane Vittorio Fontana, su desiderio dell’amata zia Irma, non busserà alle loro porte per riunire tutti i rami di quello strano albero genealogico. Saranno gli eventi successivi all’incontro tra Vittorio e Lara a dare una svolta alle loro vite, a far aprire gli occhi a chi non vedeva che nero e a far sentire la propria voce a chi non voleva ascoltare..

