Fazzoletto Rosso e il lupo

Due solitudini che si dissetano l’una dallo sguardo dell’altra,
beate di essersi trovate, riflessi combacianti
nello specchio di neve degli occhi.
Francesca Scotti, “Fazzoletto Rosso e il lupo”, p. 4
Carta di identità
- Un breve racconto introspettivo e simbolico, dedicato a tutti “i miei ragazzi” della Resistenza italiana, così come a tutte le persone che hanno preso parte a movimenti di resistenza in nome di un ideale di giustizia e di libertà
- Anno di nascita: 2011
- Un giovane partigiano, un lupo senza branco, un bosco d’inverno, la seconda guerra mondiale che infuria nel mondo
- Vincitore del premio letterario Settembre a Milano nel 2012
Dove trovarlo
Ho pubblicato questo racconto in appendice al romanzo “La fedeltà dell’edera“, come dono per chi ha scelto di leggermi.
Un estratto
Non mi è mai stato permesso di avventurarmi da solo nel bosco. Fin da bambino mi hanno insegnato a temere i suoi misteriosi abitanti: i lupi. Sono cresciuto pensando che il male arrivasse a primavera, dilaniando la carne tenera degli agnelli e lasciando l’erba tinta di rosso come sua impronta. Col tempo ho capito che i veri lupi sono quelli che stanno fuori dalla foresta.
La guerra è un viandante che ha mani grondanti di sangue sempre fresco sotto ai guanti scuri. Ovunque sosti, dispensa dolore e non caramelle, non porta fiori, ma armi e offesa. Si è messa in cammino nel 1939 e da poco è arrivata anche quassù. I monti hanno esaurito il loro compito, ci hanno nutriti di vento e di leggende e ora si richiudono nel loro silenzio. Neanche loro potranno difenderci dal mondo. Come grano bruciato dal sole, in una sola estate si è consumata la mia giovinezza, e i sogni sono banditi da questo tempo di sventura. L’età dei giochi e delle corse nei prati è più lontana e sbiadita del profilo delle case giù a valle. La neve non ha tardato a cadere e stavolta non per annunciarmi le tanto attese gare con la slitta, ma per ricordarmi che è ormai giunto il momento di legarmi al collo il fazzoletto rosso e di imbracciare il fucile per dar la caccia non alle lepri, ma ai miei connazionali in camicia nera e ai loro alleati, i soldati del nord che servono la bandiera con la croce uncinata.
Ed è il presentimento che questa sarà la mia ultima neve a spingermi a varcare le soglie del bosco nonostante l’antico divieto, un marchio a fuoco ancora impresso nella mia mente.
Francesca Scotti, “Fazzoletto Rosso e il lupo”, p. 1
La memoria della cenere

Ogni dominio non è mai interamente giusto. Ogni guerra è sempre una sconfitta. Una sconfitta dell’umanità
Francesca Scotti, “La memoria della cenere”, p. 89
Dalla quarta di copertina
Stretti rapporti interpersonali sono il fil rouge di questi tre racconti che rivelano il talento di questa giovane autrice, vincitrice del premio letterario internazionale Lago Gerundo 2016 per la narrativa.
Il forte legame tra fratello e sorella, e lo scontro con un patrigno arrogante e ostile, nel ricordo della nobiltà d’animo del padre. L’amore per la letteratura e la pagina scritta è il testimone che un nonno rilegatore di libri trasmette al nipote. Il ricordo del grande legame tra un gruppo di amici dissolto e devastato dall’Olocausto e dagli orrori della guerra. In un continuo confronto tra passato e presente, in tutti e tre i racconti la forza delle emozioni e dei sentimenti sembra ogni volta travalicare le epoche, fissando momenti eterni che si ergono al di sopra del quotidiano scorrere della vita.
Carta di identità
- Morellini editore
- Anno di nascita: 2016
- Contiene 3 racconti: “Il falco pellegrino”, “Il taccuino viola”, “La memoria della cenere”
- 92 pagine di forti legami interpersonali, destini avversi, personaggi costretti a perdersi per trovare davvero sé e gli altri
- ISBN: 9788862984867
- Primo classificato per la sezione narrativa inedita della XIV edizione del premio letterario Lago Gerundo
Dove trovarlo
Il libro, ordinabile in qualunque libreria, è disponibile anche su Amazon e su tutti i siti dei principali rivenditori di libri (IBS, Feltrinelli, ecc.).
Estratti
Da “Il falco pellegrino”
Caro fratello,
c’è stato un miracolo. Ricordi ciò che mi hai detto nell’estate in cui le nostre vite sono cambiate per sempre? «Dobbiamo perdonare noi stessi per quello che gli altri ci hanno fatto; solo così potremo continuare a vivere.»
Credo di esserci riuscita.
La sera del tuo ultimo giorno, il falco è venuto a trovarmi. Ho avuto un crudele presentimento – ma per me soltanto. Nel mio insondabile egoismo, non ho compreso che era venuto per avvertirmi di te.
Ed ora, non riesco a far altro che ripensare a te nel modo in cui mi sei apparso quella notte sull’uscio della mia camera e con il “nostro” libro in mano, rammenti? Immobile, con il volto esangue e fremente d’impotenza. Come allora, continuo a pensare: povero ragazzo, povero bambino! Pure quella volta sono stata egoista: c’era davvero bisogno che la vita mostrasse anche a te il suo lato putrescente?
Che diritto ha, la vita, di lasciarci crescere per farci sperimentare l’orrore?
Hai avuto paura, mentre cadevi? Io ho paura da quando sono venuta al mondo. Ma tu sei sempre stato diverso. No, la tua anima ha trovato un’apertura e ha lasciato, felice, la gabbia del corpo. Solo quest’ultima è ripiombata quaggiù in un involucro di vetro e acciaio ormai inservibile. Te ne sei andato in una dolce inconsapevolezza, mentre per l’ultima volta facevi ciò per cui eri nato – volare. Te ne sei andato alla maniera di chi se ne va nel sonno e si risveglia, stupefatto, a Casa. E beata è l’anima di chi parte da questo mondo avendo realizzato il suo sogno più grande.
Caro fratello, non leggerai mai questa mia lettera. Insieme a te è precipitato anche il nostro segreto e la mia solitudine è completa. Ma cos’è, dopotutto, la solitudine? Un vuoto, certo, e proprio per questo uno spazio da colmare in attesa che qualcuno venga ad abitarlo, un campo da arare e seminare in vista dell’inverno e, dopo l’inverno, di giorni migliori.
Domani, inizierò a costruire, innalzerò le fondamenta di qualcosa di nuovo. Per adesso, mi va d’indugiare qui un altro po’. Si sta bene nel tramonto scarlatto. Ho sempre saputo che sarei ritornata fra questi alberi. Essi sono per me l’immagine della fortezza: rinvigoriscono il mio spirito e m’insegnano ad aver fede.
Ecco, il falco è arrivato. Si è appollaiato sull’albero più vicino. Mi guarda scrivere. Appena avrò posato la penna, gli andrò incontro. Sono certa che scenderà e che si lascerà toccare. No, non ho più paura. Non di lui. È planato con la grazia con cui tu inseguivi i tuoi sogni. Stavolta è venuto per dirmi che ti ritroverò. Quello sarà il momento in cui smetterò di temere il cielo.
Fino ad allora, mi mancherai, caro fratello.
Elettra
Francesca Scotti, “La memoria della cenere”, pp. 9-10
Da “Il taccuino viola”
«Lo scrittore è come Dio all’alba della Creazione» osservò una volta mio nonno. «Dio disse “Sia la luce” e la luce fu. Allo stesso modo, la parola di chi scrive è un seme gettato nel fertile terreno della mente, una promessa di vita tra le tenebre del caos. Fra tutte le manifestazioni dell’arte, la scrittura è di gran lunga la più difficile, la più potente, la più ispirata da Dio; poiché soltanto chi sa piegare il linguaggio alla grandiosità della propria visione è capace di plasmare personaggi a sua immagine e somiglianza.»
Questa era la fede di mio nonno. Era convinto che Dio esistesse in molte cose, in special modo nelle cose che amiamo, e lui amava i libri. Ne aveva a centinaia. Li ospitava tutti nel soggiorno luminoso della sua casa di campagna, un luogo che non ha mai smesso d’ispirarmi la pace e il rispetto che si provano varcando la porta di un santuario.
È grazie a mio nonno se ho amato la letteratura ancor prima d’imparare a leggere. Era solito declamarmi versi di poesie che conosceva a memoria e passi dei suoi romanzi preferiti; così, i miei orecchi sono stati modellati sulla parola bella, sulla cadenza perfetta di una frase che sembra essersi fatta da sé, sulla voce tonante e purissima dei grandi autori, i cui periodi lacerano il drappo che ricopre il senso dell’esistenza.
Francesca Scotti, “La memoria della cenere”, pp. 43-44
Da “La memoria della cenere”
Il vecchio cancelletto arrugginito parve riconoscerla. Come un cane fedele, non oppose resistenza al suo tocco e la lasciò passare. L’erba alta era un mare spettrale sotto i riflessi della luna. Un pugno di rovi le artigliò la gonna lacerandone l’orlo e per un attimo Marta si sentì perduta. Venire lì era stato un errore. Non avrebbe trovato nessuno.
«Qualunque cosa accada, due anni dopo la fine della guerra, al crepuscolo, ci incontreremo di nuovo qui. Perché questa guerra dovrà pur finire, prima o poi. Due anni dopo la sua fine, dovesse essere fra cent’anni, se ancora saremo vivi, ci rivedremo nel nostro posto.»
Ma chi aveva pronunciato quelle parole non sarebbe potuto tornare mai più. E lo stesso valeva per un altro di loro. Erano rimasti in tre. Stavano per mantenere la promessa, gli altri due, o se n’erano dimenticati?
Marta spinse e la porta di ferro si aprì con un gemito rauco. Prima di richiudersela alle spalle, accese un fiammifero. Attraversò quelle che erano state le cucine e s’inoltrò nel ventre freddo della casa. Arrivata nella stanza con il caminetto di mattoni, si diresse d’istinto nell’angolo vicino alla finestra che dava sul terrazzo. Vide con sollievo che la loro cassetta di legno consumata dai tarli era ancora lì. Dentro c’erano poche candele ingrigite dalla polvere. Marta le prese tutte, le accese una ad una con il fiammifero e le infilò nel candelabro al centro del tavolo, dopodiché si lasciò cadere su di una sedia fissando la nera bocca del caminetto, spalancata come le fauci del drago di una leggenda che ha già sputato tutto il fuoco.
Francesca Scotti, “La memoria della cenere”, pp. 75-76
